mercoledì 14 dicembre 2011

Bruce Chatwin. In Patagoni

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Fissò la carne a un asador, uno spiedo di ferro a forma di croce, che piantò in terra, inclinato verso il fuoco. Più tardi mangiammo l'asado con la salsa salmuera, fatta di aceto, aglio, peperoncino e origano.
  • Bruce Chatwin
    In Patagonia
    Biblioteaca Adelphi 117
    pagina: 39

lunedì 5 dicembre 2011

Bruce Chatwin. In Patagonia

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Il cibo era la sua ossessione. Scrisse di « piselli come palline di vetro in acqua colorata››; di «gallette infestate dagli insetti, prima infestate dagli insetti, poi andate a male››; e il manzo salato «più simile al mogano che alla carne››. Scrisse i nomi dei piatti che i mozzi si facevano da sé con gallette, piselli, melassa e maiale salato: Dandyfunk, Crackerhash, Dogsbody e Slumgullion [Spavento del dandy, Pasticcio di gallette, Carogna di cane e Brodaglia]; e i foruncoli che venivano quando mangiavano troppo. Con gratitudine ricordava gli amici che gli avevano dato qualcosa in più da mangiare, un vecchio steward o un pasticciere tedesco in un porto cileno. Ricordava le scorrerie dei mozzi nella dispensa del capitano, da dove ritornavano con federe piene di lattine di aragosta, lingua, salmone e marmellata; che lui non poteva mangiare per via della promessa; quanto pianse quando il capitano scoprì il furto e proibì il budino di Natale; come il cuoco lo fece lo stesso e glielo diede di nascosto; e come, quando il capitano li sorprese, lui si cacciò la sua fetta sotto la camicia e si arrampicò fin sul pennone principale e si bruciò la pelle sullo stomaco.
  • Bruce Chatwin
    In Patagonia
    Biblioteaca Adelphi 117
    pagine: 196, 197

lunedì 14 novembre 2011

Ernest Hemingway. I quarantanove racconti

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Grande fiume dai due cuori (parte seconda)
Appoggiò al tronco di un pino la bottiglia piena di cavallette saltellanti. Mescolò rapidamente un goccio d'acqua a un po' di farina di grano saraceno e lavorò la pasta fino ad ammorbidirla, una tazza di farina, una tazza d'acqua. Mise nella caffettiera un pugno di caffè e tolse da un barattolo un pezzo di grasso che scivolò, sfrigolando, sul fondo della padella bollente. Sulla padella fumante versò pian piano la pasta di farina di grano saraceno. Si spandeva come lava, col grasso che friggeva scoppiettando. Ai margini la frittella di grano saraceno cominciò a indurirsi, poi a dorarsi, poi a diventare croccante. La superficie, tutta bolle, acquistava lentamente la sua porosità. Nick spinse sotto la parte inferiore rosolata una scheggia di pino tagliata di fresco. Scosse trasversalmente la padella e la frittella si staccò dal fondo. A farla saltare non mi azzardo proprio, pensò. Fece scivolare sotto la frittella la scheggia di legno pulito e la voltò. La frittella sfrigolava sul fondo della padella.
Quando fu cotta Nick tornò a ungere la padella. Usò tutta la pasta. Bastò per un'altra frittella e per una piú piccina. Nick mangiò una frittella grande e la piú piccola coperte di purè di mele cotte. Spalmò la marmellata sulla terza, la piego in due, l'avvolse in un pezzo di carta oleata e se la mise nella tasca della camicia. Ripose nello zaino il vaso di marmellata di mele e tagliò il pane per due sandwich.
Nel sacco trovò una grossa cipolla. La tagliò in due e tolse la lucente pellicola esterna. Poi affettò una delle due metà e fece dei panini con la cipolla. Li avvolse in un pezzo di carta oleata e se li abbottonò nell'altra tasca della camicia cachi. Capovolse la padella sulla graticola, bevve il caffè, addolcito e tinto d'un marrone chiaro dal latte condensato che vi aveva messo dentro, e riordinò il campo. Era un buon campo.

  • Ernest Hemingway
    I quarantanove racconti
    Einaudi tascabili
    pagine: 232, 233

venerdì 11 novembre 2011

Mark Kurlansky. Merluzzo (storia del pesce che ha cambiato il mondo)

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Nella maggior parte dei posti al mondo in cui si mangia il merluzzo, esistono dei miti riguardo alla testa di questo pesce, poiché di rado lo si vede intero. Secondo una leggenda medievale catalana, la testa di merluzzo viene tolta per nascondere il fatto che è una testa umana. Benché il merluzzo salato appartenga alla normale dieta caraibica, poche persone, ai Caraibi, hanno mai visto una testa di merluzzo. Carmelite Martial, una popolare cuoca creola di Guadalupe, nata nel 1919, dice di non averne mai visto una. Ma sua nonna, nata nel 1871, le ha confidato di tenerne una chiusa in una cassetta di sicurezza. Ed era una testa, per di più, che aveva anche i capelli. «Io non l'ho mai vista» dice Martial, che comunque non ha mai incluso, nel vasto repertorio delle sue ricette, un piatto con la testa di merluzzo.
  • Mark Kurlansky
    Merluzzo
    Oscar saggi Mondadori
    pagine 276, 277

giovedì 10 novembre 2011

Ryszard Kapuściński. Cristo con il fucile in spalla

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Al fronte un soldato può essere più o meno bravo, ma ogni soldato è innanzitutto un uomo. I giovani sono quelli che rischiano di più: nel momento stesso in cui sbocciano alla vita, si vedono il mondo crollare addosso. La morte li attacca da tutte le parti: mine che esplodono sotto i piedi, pallottole che sibilano nell’aria, bombe che piovono dal cielo. Difficile resistere a un inferno del genere. È noto che, per quanto terribile sia il nemico, ne esiste un altro ancora più tremendo: la solitudine di fronte alla morte. Il soldato non può stare solo, il soldato non resiste a sentirsi un condannato, a sapere che in quello stesso momento  uno dei suoi fratelli gioca a domino al caffè, un altro sguazza in piscina e gli altri si preoccupano di trovare un tavolo libero al bar. Ha bisogno di sentire che quello che fa è necessario e importante per qualcuno, che gli altri lo guardano, lo aiutano, stanno al suo fianco. Se non è così, lascia perdere tutto e torna a casa.
La guerra non può restare circoscritta esclusivamente all’esercito: il suo peso è troppo alto perché i soldati riescano a sostenerlo da soli. Ma gli arabi la pensano diversamente, e hanno perso. Dico al comandate dell’Hermon che una delle cose del mondo arabo che più mi hanno colpito è l’assoluto distacco, la totale mancanza di collegamento, in tempo di guerra, tra il fronte e il paese, tra la vita del soldato e quella del commerciante; il fatto che i due vivessero in mondi diversi, preoccupandosi di cose diverse: uno pensava a come sopravvivere ancora un’ora, l’altro a come vendere a miglior prezzo la propria mercanzia. Due problemi completamente slegati l’uno dall’altro
  • Ryszard Kapuściński
    Cristo con il fucile in spalla
    I Narratori Feltrinelli
    pagine: 54, 55
Segnalato da: Antonio

mercoledì 9 novembre 2011

Ernest Hemingway. I quarantanove racconti

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Grande fiume dai due cuori (parte prima)
Nick aveva fame. Non credeva di aver mai avuto più fame. Aprí e vuotò nella padella una scatola di carne di maiale con fagioli e una di spaghetti.
- Ho il diritto di mangiare questa roba, se sono disposto a portarmela dietro, - disse Nick. La sua voce risuonò strana nel bosco sempre piú buio. Nick non parlò piú.
Accese un fuoco con alcune schegge di pino staccate da un ceppo con l'accetta. Sul fuoco piazzò una graticola, piantando con lo scarpone le quattro gambe nel terreno. Mise la padella sulla graticola, sopra le fiamme. Aveva piú fame. I fagioli e gli spaghetti si scaldavano. Rimestandoli Nick uní gli uni agli altri. Cominciavano a gorgogliare, formando delle bollicine che salivano faticosamente alla superficie. L'odore era buono. Nick tirò fuori una bottiglia di salsa di pomodoro e tagliò quattro fette di pane. Ora le bollicine salivano piú in fretta. Si sedette accanto al fuoco e tolse la padella. Versò nel piatto di stagno metà del contenuto, che si allargò lentamente sul piatto. Nick sapeva che era troppo caldo. Vi mise sopra un po' di salsa di pomodoro. Sapeva che i fagioli e gli spaghetti erano ancora caldi. Guardò il fuoco, poi la tenda, non voleva rovinare tutto bruciandosi la lingua. Per anni non aveva mai gustato le banane fritte perché non era mai stato capace di aspettare che si raffreddassero. La sua lingua era molto delicata. Nick aveva una fame da lupo. Oltre il fiume, sulla palude, nell'oscurità quasi totale, vedeva levarsi una nebbiolina. Guardò ancora una volta la tenda. Bene. Riempi il cucchiaio e se lo portò alla bocca.
  • Ernest Hemingway
    I quarantanove racconti
    Einaudi tascabili
    pagine: 225, 226

martedì 8 novembre 2011

Carlo Fruttero, Massimo Gramellini. La Patria, bene o male

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In attesa dell’appello, il suo problema più urgente è restituire una montagna di dollari ai peggiori strozzini possibili: il mafioso Pippo Calò e i clan della malavita romana, riuniti nel marchio Banda della Magliana: chiede quindi allo IOR di Marcinkus la restituzione del « prestito » fatto a Solidarność, ma invano. Allora fugge all’estero tampinato dai creditori e la sua corsa finisce il 17 Giugno 1982 sotto un ponte di Londra, appeso a una corda con dei mattoni nelle tasche. Il suicidio di un disperato o l’omicidio di un ricattato?.
Le indagini portano alla sbarra Pippo Calò, il faccendiere di Carboni e un bandito della Magliana dal cognome adeguato alla trama: Diotallevi. Avrebbero ucciso Calvi per punirlo dello sgarro (non ha restituito i soldi) e dare un segnale ai suoi amici d’Oltretevere. I tre finiscono assolti per insufficienza di prove, ma la sentenza conferma che si trattò d’assassinio.
Marcinkus reagisce con durezza: lo IOR, dichiara nel giugno 1983, non risponde dei debiti dell’Ambrosiano. Una settimana dopo Emanuela Orlandi, figlia quindicenne di un dipendente del Vaticano, scompare all’uscita da una lezione di musica. Sembra il classico avvertimento. Qui entra in scena Enrico De Pedris, detto Renatino, il boss più intraprendente della Magliana.
C’è chi sostiene sia stato lui a far sparire la ragazza, mentre altri indizi lasciano credere che possa essersi posto come mediatore fra le parti, favorendo un compromesso economico soddisfacente (anche se nel frattempo Emanuela era probabilmente già stata eliminata).
Quando Renatino rimane ucciso in un regolamento di conti interno alla banda, il Vaticano dà il nulla osta perché il suo corpo sia sepolto nella cripta di Sant’Apollinare, a pochi passi da dove fu rapita la ragazza. La motivazione: « è stato un benefattore ». Se qualcuno se ne stupisce, ecco la chiosa dell’immancabile Andreotti: « Magari non era proprio un benefattore per tutti. Ma per Sant’Apollinare sì ».
  • Carlo Fruttero, Massimo Gramellini
  • La Patria, bene o male
  • Strade Blu Mondadori
  • pagine: 287, 288
Segnalato da: Antonio
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sabato 5 novembre 2011

James Hillman. Un terribile amore per la guerra

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Il fabbro manipola il fuoco per mezzo della forgia; il cuoco ha bisogno di pentole, padelle e forni. L'alchimista mette il suo materiale in un recipiente di vetro e lo osserva a un passo di distanza. Il vetro consente la sublimazione, l'osservazione distaccata, la visione a distanza: la tele-visione, appunto.
La mente alchemica è sia partecipante impegnato sia osservatore spassionato, è affascinata ma non posseduta. Osservando il vetro riusciamo a «vedere in trasparenza›› e a «vederci chiaro», che è anche un modo di contenere i fenomeni. Vedere in trasparenza è quello che fa l'intuizione: vuol dire scoprire significati ulteriori nei fatti, trasformare gli eventi empirici in metafore. Gli alambicchi, le cucurbite, le ampolle e tutte le altre forme in vetro inventate per metabolizzare e raffreddare, per distillare e sublimare i loro materiali velenosi e pericolosi consentivano agli alchimisti di mantenere in sospensione le esperienze, al riparo dal fuoco del desiderio, dell'ambizione, del «passaggio all'atto››. Perciò erano chiamati «padroni del fuoco ››. Il vetro era il mezzo per contenere il pericolo, non certo perché fosse duro o compatto, ma perché lasciava vedere le cose come immagini, come fenomeni, stimolando l'interpretazione, la riflessione, immaginazione e la fantasia: le operazione mentali che ci trattengono al di qua del vetro, inattivi.
  • James Hillman
    Un terribile amore per la guerra
    Adelphi
    pagine: 169, 170

giovedì 3 novembre 2011

Ernest Hemingway. Isole nella corrente

 
Stammi a sentire, Tommy. Ho mangiato questi peperoni ripieni di salmone. Ripieni di bacalao. Ripieni di bonito cileno. Ripieni di petti di tortore messicane. Ripieni di carne di tacchino. Li riempiono di tutto e io li compro. Mi fanno sentite un pascià. Ma è tutta una perversione. Sai qual è il migliore? Questo vecchio peperone con la salsa bruna di chupango, lungo, floscio, prosaico, senza ripieno e poco promettente com'è.
  • pagine 61, 62

«I ragazzi vogliono andare lassù.›› «Dovremmo partire subito dopo colazione. Stavo pensando di non cucinare per il pranzo. Ho dei frutti di mare in insalata edelle patate in insalata e della birra e farò un po' di panini. Abbiamo un prosciutto che è arrivato con l'ultimo battello e ho comprato un po' di lattuga e possiamo usare la senape e quel chutney. La senape non farà male ai bambini, eh? ›› 
« Non credo. ›› 
« Quando ero piccolo da noi non si usava. Ma lo sa che quel chutney è proprio buono? Ha mai provato a spalmarlo sul pane? ›› 
« No. » 
« La prima volta che l'ho visto non sapevo a cosa servisse e allora ho provato a spalmarlo sul pane, come la marmellata. È buonissimo, accidenti. Qualche volta lo metto anche nella farina d'avena. ›› 
«Perché non facciamo un po' di curry uno di questi giorni?››«Mi arriva un cosciotto di agnello col prossimo battello. Aspetti che ce lo pappiamo in un paio di volte - o magari in una volta sola, visto quello che mangiano Tommye Andrew - e faremo anche il curry.››
  • pagina 146

Fu un pranzo eccellente. Fuori la bistecca era ben rosolata e rigata dalla graticola. Il coltello fendeva l'esterno e dentro la carne era tenera e sugosa. Tolsero tutti quel sugo dal piatto e lo misero sul purè di patate e il sugo formò un lago nel suo cremoso biancore. I fagioloni bianchi, cotti nel burro, erano sodi; il cespo di lattuga era fresco e ricciuto e il pompelmo ben ghiacciato.
  • pagina 201
  • Ernest Hemingway
  • Isole nella corrente
  • Oscar Mondadori

mercoledì 2 novembre 2011

Jean Cocteau. Oppio

More about Oppio
Il capitano olandese Vosterloch scopre nella Terra del Fuoco indigeni di colore bluastro che comunicavano per mezzo di spugne capaci di conservare «il suono e la voce articolata››.«Di modo che, quando vogliono trasmettere qualcosa o conferire di lontano, parlano accostati a una di queste spugne e poi la mandano ai loro amici che, ricevendola e premendola dolcemente, fanno uscire parole come uscirebbe dell'acqua, e con questo mezzo straordinario sanno tutto quello che i loro amici desiderano››. 
Cronaca Veridica (aprile 1632)
  • Jean Cocteau
    Oppio
    SE
    pagina 138, 14

lunedì 31 ottobre 2011

Ernest Hemingway. Isole nella corrente

Lui la chiamava la Gran Puttana. Era bruna, con una magnifica carnagione, e sembrava una giovanissima componente, educata e di una schizzinosa perversità, della famiglia Cenci. Aveva la morale di un aspirapolvere e l'anima di un totalizzatore, una bella figura, e quel suo viso incantevole e perverso, e rimase con Roger solo il tempo sufficiente per apprestarsi al primo deciso passo avanti sulla scala della vita.
  • Ernest Hemingway
    Isole nella corrente
    Oscar Mondadori
    pagina 14

venerdì 21 ottobre 2011

Stefano Benni. Il bar sotto il mare

More about Il bar sotto il mare
Il più grande cuoco di francia
Massacre de saint Julien l'Hospitalier
Due cinghiali atteggiati a sfingi stile Fremiet reggono sulla testa un grande vassoio, su cui stanno sei porchetti ripieni di maccheroni e conciati di formaggio, pepe, cervellaccie e midollo di manzo. Ogni porcetto porta un cappello ricoperto di frittata su cui giacciono lepri alla moresca con corteccia di limon verde, le quali tengono tra i denti rametti d'albero su cui sono infilzate quaglie alla bolognese, piccioni in bisca, fagiani alla crema di pistacchi, pernici al colì di ceci, beccacce all'oritana e tortore in freddo all'arancio.
  • Stefano Benni
  • Il bar sotto il mare
  • Universale Economica Feltrinelli
  • pagina 22

lunedì 17 ottobre 2011

Amos Tutuola. La mia vita nel bosco degli spiriti

More about La mia vita nel bosco degli spiriti - Il bevitore di vino di palma
Così restai là impotente, con soltanto la brezza o il vento che mi dondolava avanti e indietro. Dopo circa sette re che stavo là tutto ravvolto e sollevato venne una gran pioggia che picchiò su di me per tre giorni quando venne uno degli « spiriti-che-mangianio-i-ragni » che voleva mangiare ragni. Quella pioggia aveva picchiato su di me così forte che la ragnatela in cui ero avvolto inzuppava il mio corpo come se avessi fatto il bagno nell’acqua. Quel giorno quando lui venne a mangiare ragni e andava qua e là per cercarsi un ragno, quando mi vide dondolare avanti e indietro si fermò di botto a poca distanza da me e rimase a guardarmi per qualche momento prima di avvicinarsi e di palparmi con le mani da capo a piedi, va bene che non lo vedevo con gli occhi però sentivo il suono dei suoi passi e sentivo sul mio corpo che mi stava palpando con le mani. Dopo avermi palpato per qualche minuto disse così: « Ah! ringrazio Dio onnipotente, oggi che scopro mio padre che molti anni fa ho cercato tanto, e non sapevo che era morto proprio qui quando venne a mangiare i ragni, dunque lo porterò in città per la sepoltura e le altre cerimonie. Ah! oggi ringrazio Dio ». Era tutto contento di avermi scoperto come il cadavere di suo padre, sicché mi caricò sulla sua testa e con grande gioia si mise subito in cammino per la città, quel giorno non si fermò nemmeno a mangiare o ragni.
  • Amos Tutuola
  • La mia vita nel bosco degli spiriti
  • Biblioteca Adelphi 130
  • pagina: 174
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giovedì 13 ottobre 2011

Emir Kusturica. Dove sono in questa storia

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Quando cadeva la prima neve, sull’asfalto si formava il ghiaccio, le auto slittavano e regolarmente si scontravano. Un solco di torrente trasformato in strada, come dice Andrić.
Quella sera ci facemmo una canna, come un tempo i partigiani facevano marce forzate per sconfiggere i tedeschi di Hitler. Si vedeva che Johnny aveva una ricca esperienza di canne. A me, un tratto, apparvero davanti agli occhi le automobili che precipitavano giù per la strada scoscesa coperta di ghiaccio. Io, come sul tavolo di montaggio, riavvolgevo quelle scene un’infinità di volte e riguardavo le carambole dall’inizio. Mentre godevamo nella nebbia della marijuana, la plumbea immagine della nostra città svaniva.

  • Emir Kusturica
  • Dove sono in questa storia
  • I Narratori / Feltrinelli
  • pagina: 243
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mercoledì 16 febbraio 2011

Nick Hornby. Un ragazzo

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A Will piaceva andare in giro in macchina per Londra. Gli piaceva il traffico, che gli permetteva di credere che era un uomo che aveva fretta e gli offriva rare occasioni di frustrazione e di rabbia (altra gente faceva cose per scaricarsi, ma Will doveva fare cose per caricarsi); gli piaceva sapersi orientare; gli piaceva essere inghiottito dal flusso della vita cittadina. Non serviva un lavoro o una famiglia per andare in giro in macchina per Londra; serviva solo una macchina, e Will ce l’aveva. A volte guidava per il semplice piacere di farlo, a volte guidava perché gli piaceva ascoltare musica a un volume che a casa non sarebbe stato possibile tenere senza che qualcuno battesse furiosamente alla porta o sul muro o sul soffitto.
Quel giorno si era convinto che doveva andare in macchina a Waitrose, e a essere sinceri il vero motivo del viaggio era che voleva seguire Nevermind urlando al massimo, e a casa non poteva farlo. Adorava i Nirvana, anche se ascoltarli alla sua età era un piacere venato da un po’ di senso di colpa. Tutta quella rabbia e quel dolore e quell’odio per sé stessi! Will ogni tanto era… stufo, ma non poteva far finta che fosse tutto lì. Così adesso usava musica rock arrabbiata ad alto volume al posto dei sentimenti reali piuttosto che come una loro espressione, e non gli dispiaceva poi tanto. A cosa servivano i sentimenti reali?
  • Nick Hornby
  • Un ragazzo
  • Teadue
  • pagina: 141
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martedì 1 febbraio 2011

Stefano Benni. Margherita dolcevita

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Mi trovavo in una pozza d’acqua profonda, l’ultima quiete prima della cascata finale. Lì potevo vedere ciò che era stato importante nella mia vita, la mia meravigliosa e sordida infanzia che stava per precipitare, tutto ciò che avrei amato sempre, anche quando sarebbe stato lontano.
Questo continuavo a pensare, nello scuolabus ballonzolante del ritorno, e annunciato da un tuono lungo e minaccioso si scatenò un temporale, proprio mentre scendevo alla fermata. Da lì alla mia casa c’erano trecento metri di strada, un tragitto lungo per un cuore storto come il mio, e mi misi a correre. La pioggia mi flagellava e io correvo e cantavo per farmi coraggio. Guardando verso il bosco, vidi le cime degli alberi piegate dal vento. Mi sembrò anche di vedere Angelo, o qualcuno che gli assomigliava, fermo in mezzo al prato, come uno spaventapasseri.
Arrivai in giardino col cuore in gola, e un lampo illuminò la mia casa, trasfigurandola nel castello di Dracula. Sciami di foglie strappate volavano ovunque. I tuoni si susseguivano, Zeus pestava i cosmici tamburi. Anche il megacubo, in quello scatenarsi di forze immense, sembrava un piccolo dado rotolato in una pozzanghera. Il terribile Bozzo guaiva di paura come un barboncino. Sullo stradone allagato le auto in fila suonavano il clacson impotenti.
Casetta mia, prendimi tra le braccia!
  • Stefano Benni
  • Margherita dolcevita
  • Universale Economica Feltrinelli
  • pagina: 158
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venerdì 7 gennaio 2011

Curzio Malaparte. La pelle



Dopo la minestrina di crema di carote, condita di Vitamine D e disinfettata con una soluzione al 2% di cloro, giungeva in tavola l'orrido spam, il pasticcio di carne di maiale, orgoglio di Chicago, disteso in fette color porpora su una spessa coltre di granturco bollito. Riconobbi che i camerieri eran napoletani, più che dalla livrea azzurra, coi risvolti rossi, della casa del Duca di Toledo, dalla maschera di spavento e di disgusto impressa nel loro viso. Non ho mai visto volti più di quelli pieni di disprezzo. Era l'alto, antico, ossequiente, libero disprezzo del servidorame napoletano per tutto ciò che è rozzo padroname straniero. I popoli che hanno una antica, e nobile, tradizione di schiavitù, e di fame, non rispettano se non quei padroni, i quali abbiano gusti raffinati e splendide maniere. Non v'è nulla di più umiliante, per un popolo ridotto in servitù, che un padrone dalle maniere rozze, dai gusti grossolani. Fra i tanti padroni stranieri, il popolo napoletano non ha serbato buon ricordo che di due francesi, Roberto d'Angiò e Gioacchino Murat, perché il primo sapeva scegliere un vino e giudicare una salsa, e il secondo non soltanto che cosa è una sella inglese, ma sapeva con suprema eleganza cader da cavallo. Che vale attraversare il mare, invadere un paese, vincere una guerra, incoronarsi la fronte dell'alloro dei vincitori, e poi non saper stare a tavola? Che razza di eroi erano questi americani, che mangiavan granturco come le galline?
  • Curzio Malaparte
  • La pelle
  • Adelphi
  • pagina: 197

lunedì 13 dicembre 2010

Manuel Vazquez Montalban. Riflessioni di Robinson davanti a centoventi baccalà

More about Riflessioni di Robinson davanti a centoventi baccalà
Di tutti i piatti sognati, il più chimerico era "El Niu", degustato in un paesino della costa catalana, dove si era raggiunta la koiné : il baccalà, la terra e il cielo. Un soffritto di cipolla, molta cipolla tagliata alla julienne, fritta prima sino a umiliarla e costringerla a perdere la sua consistenza minerale, fritta fino a trasformarla in una creatura debole e trasparente, senza abbandonare a quel punto il miracolo della modificazione, ma continuando a soffriggerla lentamente fino a caramellizzarla e aggiungerle allora delle seppie pulite tagliate a pezzi, tordi spennati, abbrustoliti, aperti a metà e, una volta domata la seppia e cambiato il colore del tordo, ecco il balsamo del pomodoro tritato, della paprika, del vino bianco e quindi il grande incontro con il baccalà, perché è giunto il momento di aggiungere al manicaretto pezzi infarinati di stoccafisso e di baccalà, gli uni e gli altri passati attraverso la resurrezione dell'ammollo e il sudario della farina bianca. Ma non bisogna accontentarsi delle carni della bestia, bensì aggiungervi una piccola porzione delle sue viscere ben tritate, per far salire l'acidità del bouquet nell'attimo finale. Che altro? Patate a tocchetti, acqua tiepida, uova sode tagliate a metà, piselli o fave, e quando l'intruglio è cotto, un istante prima che esca dal seno di Abramo, cucchiaiate di salsa alioli, finché il tutto raggiunga livelli di rabbia prerivoluzionari e profumi stomacali che ci dureranno ventiquattro ore, tra sogni a occhi aperti di prime digestioni di tutto quel che cominciò a vivere sulla terra prima che venissero inventati il peccato e la pesca.
  • Manuel Vazquez Montalban
  • Riflessioni di Robinson davanti a centoventi baccalà
  • Frassinelli
  • pagine: 66 - 67

mercoledì 8 dicembre 2010

Antonio Tabucchi. Viaggi e altri viaggi

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È piuttosto raro che in una stessa città le statue di due poeti si trovino a pochi metri l’una dall’altra. Succede a Lisbona, e si può interpretare come un ottimo segno. L’elegante piazzetta dello Chiado, dove si trova la Brasileira, è infatti dedicata al poeta cinquecentesco António Ribeiro Chiado, la cui piccola statua, anch’essa di bronzo, lo raffigura con una smorfia di scherno sul volto, come di scherno fu la sua poesia. Il Portogallo ha una lunga tradizione di poesia irriverente e satirica, fin dai trovatori medievali, ed è un genere poetico che gode di alta considerazione, come in ogni paese civile, perché si sa che senza satira ogni monarca (o figura analoga) sarebbe un monarca assoluto, un tiranno.
A pochi metri da quel volto beffardo c’è il volto indecifrabile di Fernando Pessoa con un sorriso ironico sulle labbra. Lo scultore Lagoa Henriques lo ha scolpito come se fosse davvero al caffé, seduto su una seggiola e con la gamba posata a sette sull’altra (una posizione disinvolta che stona con il personaggio). L’ironia è spesso palese nei suoi versi, ma forse è il suo pensiero che è ironico, dotato cioè di quella “coscienza ironica”, per usare le parole di un filosofo francese, che lo fece pensare che noi siamo Uno, Nessuno e Centomila e che gli permise di creare la sua commedia umana in poesia.
  • Antonio Tabucchi
  • Viaggi e altri viaggi
  • I Narratori Feltrinelli
  • pagine: 171, 172
Segnalato da: Antonio
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giovedì 25 novembre 2010

Paolo Rumiz. La cotogna di Istanbul

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La storia sembrava finita lì, ma il destino la pensava altrimenti: la giovane, cogliendo di sorpresa anche l’autore, prese la chitarra e poi cantò con voce di velluto del frutto giallo cresciuto in Turchia.
Cantò, inconsapevole, la donna, della tempesta che stava creando mentre il cielo blu inchiostro di novembre passava come un branco di cavalli divorandosi i fiumi e la pianura, e Max capì, travolto dai ricordi, che non poteva più tirarsi indietro e così disse al pubblico”restate; e vi dirò davvero cosa c’è nella mia vita dietro questo canto”. Stava avverandosi la profezia di Affan il pittore: il racconto era solo il modo di far rivivere Mǎsa la bella dai femori lunghi, odalisca e brigante nel contempo. Era anche il solo modo, Max pensò, di sgominare la malinconia, nera saudade venuta da Oriente.
Lui raccontò, e Maja traduceva, la storia di Mǎsa e dei suoi tre uomini, e quando arrivò al punto memorabile del venditore di frutta del bazar che urlava “Gialle cotogne di Istanbul”, non c’era nessuno che non piangesse in quella sala vicina al Danubio tumefatto dalle piogge d’autunno. Accadeva però una cosa strana: gli uomini e le donne nella sala non ascoltavano la traduzione ma le sue parole, come se il ritmo fosse più forte del significato.
  • Paolo Rumiz
  • La cotogna di Istanbul
  • I Narratori Feltrinelli
  • pagine: 145, 146
Segnalato da: Antonio
combobros